Quel che alla mente pare una vergogna, per il cuore non è che bellezza.
Non è affatto facile decidere di avventurarsi in un libro di Dostoevskij. In uno qualunque. Come primo aspetto molte delle sue opere hanno dimensioni che scoraggiano lettori occasionali o non fortemente motivati. Sono poi romanzi complessi, in cui l'approfondimento sull'animo umano e sui suoi dubbi e conflitti interiori hanno certamente la meglio sulla trama, anche se ogni aspetto è profondamente studiato (ed infatti si tratta di un'opera che doveva essere parte di un ciclo rimasto incompiuto).
Dostoevskij è poi un autore che si fa leggere nelle scuole e non è semplice tornare ai grandi classici.
Ho inserito I fratelli Karamazov in classifica ma potevano benissimo starci Delitto e Castigo, Memorie dal sottosuolo, I demoni o L'idiota. La cura con cui il romanzo è composto a me ricordano Joyce: non certo per la scrittura o per i temi trattati, quanto per il livello assoluto di letteratura cui uno si trova ad assistere.
Nei primi capitoli l'autore delinea un quadro dei (numerosi) personaggi che compariranno nel libro e solo dopo comincia a delineare la storia, che ruota attorno ad un parricidio, con i rapporti familiari che ne conseguono e lo scontro infinito tra ragione, fede e libero arbitrio che si pongono in un contesto di povertà ed espedienti, nella Russia di fine '800, fino a lasciare un barlume di speranza nel finale. Il protagonista, come spesso accade, non è mai uno soltanto, ma sono molti personaggi.
Il modo in cui affronta certi temi dell'animo umano, così complessi e adatti più a trattati filosofici che a romanzi di narrativa hanno fatto si che venisse etichettato anche come filosofo, nonostante sia riuscito (già in vita) e riesca tuttora a farsi apprezzare e leggere da qualunque lettore abbia il coraggio di accostarsi ai suoi libri.
Il teatro degli Orrori - A sangue freddo
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